La società dovrebbe dirti che sei inutile?

March 21, 2026
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Articolo scritto eccezionalmente a quattro mani: io e Giulia, che incontrerete tra poco, abbiamo avuto accesi litigi confronti sull’argomento.

I paragrafi sono stati scritti separatamente, in modo da preservare due visioni distinte. Sta al lettore capire chi ha scritto cosa.

PS: Se Giulia vi sta simpatica, fate un salto sul suo Substack.

Polimi, ETH & Statale

Ho avuto la fortuna di crescere con la consapevolezza che le mie passioni coincidessero, almeno in buona parte, con competenze che il mercato del lavoro premiasse e che, più in senso lato, la società reputasse utile.

Fin da piccolo ho sempre dimostrato interesse verso la matematica, la fisica e la tecnologia, scoprendo in autonomia il mondo della programmazione e finendo, inevitabilmente, a studiare Ingegneria al Politecnico di Milano.
In un secondo momento, appassionandomi di finanza ed economia nel tempo libero passai a lato oscuro iniziando un master in Management and Economics all’ETH.

Solo adesso, sempre più vicino ad abbandonare il felicissimo status da studente e dopo numerosi confronti con consapevolezze e speranze diverse, mi sorgono numerosi dubbi a riguardo.
Più nello specifico, le mie riflessioni provengono da lunghi dibattiti intrattenuti con due sagge donne che, fortunatamente, hanno grande influenza nella mia vita (mia madre e la mia fidanzata, Giulia) e che, ironicamente, condividono anche, a distanza di qualche decennio, lo stesso percorso di studi: entrambe hanno studiato filosofia.

Il tema centrale dei nostri discorsi, e di conseguenza di queste righe, si riassume bene con: “Quanto e in che modalità la società dovrebbe dirti quanto sei inutile?”

Skills Matching!

Scrivanie a confronto: l'ingegnere e la classicista.

Separati alla nascita

Durante i miei (quasi) 20 anni di studio, vi è sempre stata una costante: sapevo che quello che stavo studiando coincideva con qualcosa di “utile” e, di conseguenza, seguendo il consiglio più banale e inflazionato della società, ho “seguito le mie passioni”.

Immaginiamo ora un mio fratello gemello che, pur partendo dalla mia stessa situazione e uguali condizioni al contorno (stessa intelligenza, stupidità e accesso alle opportunità), mostra interesse per aspetti della conoscenza diversi (leggi: la filosofia, l'epistemologia, l'etica) e, seguendo il mio stesso consiglio, finisce per studiare materie umanistiche.

Ci si può ragionevolmente aspettare che, a prescindere dal voto di laurea o dall’impegno nello studio durante il percorso accademico, uno dei due avrà un ingresso nel mondo del lavoro più facile, una posizione meglio retribuita e un livello di soddisfazione professionale maggiore.

Sono anche convinto che, dal momento che vi è molta più domanda di figure STEM sul mercato e di conseguenza più probabilità per loro di essere assunte in un settore simile, ricoprire una posizione lavorativa piuomeno allineata con ciò che si ha studiato, e che di conseguenza “valorizza” il percorso accademico di uno studente, porti a livelli di soddisfazione maggiori.

Al contrario, seguire un percorso umanistico con grande passione ma finire, per via della scarsa domanda, a fare qualcosa NON correlato al proprio percorso, può risultare molto più frustrante e demotivante. (E con ciò non intendo solo il classico stereotipo del filosofo che frigge le patatine al * inserire nome di fastfood americano *, bensì tutti i laureati che, non sapendo molto che carriera intraprendere, finiscono a fare il primo lavoro, un po’ per ripiego, un po’ per necessità di campare).

Skills Matching!

Rimaniamo grandi fan delle patatine fritte ma speriamo di non averi nulla a che fare professionalmente.

Quasi in zona retrocessione

Fortemente influenzata dalla mia formazione, in questo momento della mia vita sento di poter rispondere alla stessa domanda con un convintissimo: “forse”.

La mia è l’esperienza di una ventiduenne che, esclusa la piccola parentesi del voler diventare astronauta, ha sempre avuto interessi in campo “umanistico” e ha seguito un percorso scolastico “umanistico”, culminato con la scelta di Filosofia come facoltà universitaria.

Il “fai quello che ti piace e le cose verranno da sé” o il “segui le tue passioni” sono dunque narrazioni con cui ho avuto e ho tuttora abbastanza familiarità, e che mi hanno vista rivolgere loro uno spettro abbastanza variegato di sentimenti: dalla fiducia che fosse vero; alla disillusione che fosse un eccessivo romanticismo che, però, si discosta dalla realtà; al “forse”.

Adesso, in questa delicatissima fase in cui il “fai quello che ti piace” deve inevitabilmente assumere una forma sempre più concreta, mi ritrovo a pensare che, per quanto opportunamente avvisata dagli stereotipi sullo studiare Filosofia, questa narrazione sarebbe dovuta essere accompagnata da una buona dose di pragmatismo.

A causa del forte mismatch di competenze tra domanda e offerta, buona parte dei laureati non-STEM finisce infatti, per forza di cose, a occupare delle posizioni generiche non pensate per il proprio percorso di studi, in cui quest’ultimo non viene minimamente valorizzato.

Al contrario, solo il percentile più brillante (e fortunato!) dei laureati umanistici finisce per avere un percorso di carriera intenzionale e soprattutto connesso al proprio background, senza doversi adeguare e accettare compromessi.

Skills Matching!

Skill matching: confronto da paesi EU, 2024. Fonte: CEDEFOP, EU.

La filosofia ha questo di utile: serve a consolarci della sua inutilità.

L’evoluzione della semplice domanda “e dopo la laurea?”, è stata: “nel mondo com’è oggi, esistono spazi configurati per figure con una formazione non orientata a una pratica?”.
In un modo di concepire la formazione come sempre più necessaria e iper-settorializzata, c’è bisogno di figure che di fatto non sanno fare nulla di utile?
Quanto spazio lasciare alla reinterpretazione? E quanto questo reinventarsi porta a compromessi in cui il proprio profilo e la propria esperienza non vengono valorizzati?

Partendo da queste realtà e dalla domanda centrale posta da Giulia, ho scomposto il problema in due punti principali, molto più correlati di quanto possa sembrare.

  • In che modalità e in che fase della crescita la società (e chi, all’interno della società) dovrebbe darci delle prospettive realistiche su che cosa ci attende dopo lo studio?
  • Seguire le proprie passioni è sempre una buona idea?

Consigli sbagliati

Riflettendo a posteriori sul mio percorso scolastico, poche volte, probabilmente troppo tardi, e mai in maniera chiara e completa, mi è stato dato un quadro realistico delle competenze che il mercato del lavoro premia (o ci si aspetta che premierà).

La poca consapevolezza che ho maturato negli anni, proviene, quasi unicamente, dai saggi consigli (e le giuste imposizioni, a posteriori) dati dai miei genitori che mi hanno sempre “gentilmente spinto” in una direzione piuomeno azzeccata.

La maggiore causa di tutto ciò è che i professori e le professoresse con cui si cresce, nonché le persone più adatte a plasmare la nostra forma mentis sono, per forza di cose, incapaci e quindi inefficaci (quasi mai per colpa loro) a fare tutto ciò.

In primis, il sistema scolastico (italiano) non prevede un percorso finalizzato a conferire consapevolezza verso il mondo post-accademico e, solo più in senso stretto, all’inserimento professionale.

Secondariamente, e probabilmente molto più importante, gli insegnanti, pur essendo molto più colti e preparati nel proprio settore di quanto mai potrò ambire in vita mia, hanno verosimilmente trascorso la maggior parte della carriera tra le mura di una scuola, rimanendo poco permeabili a come si è evoluto, soprattutto negli ultimi anni, il mercato del lavoro.

Nonostante tutte le risposte possibili alle mie domande non siano binarie, bensì si collocano su uno spettro tra romanticismo e brutale onestà, resto convinto che, almeno in Italia, rimaniamo troppo idealisti a riguardo.

Penso comunque faccia parte del percorso di crescita di ognuno scoprire come essere utili alla società (o, più concretamente, in che settore professionalizzarsi e cercare lavoro) tuttavia, la maggior parte degli studenti, eccetto per i più fortunati che ricevono input in altri contesti, non ha gli strumenti e l’intraprendenza sufficiente per farlo; motivo per cui la scuola, soprattutto tramite figure esterne al mondo puramente accademico, dovrebbe indirizzare meglio attraverso queste incertezze.

Skills Matching!

I rispettivi primissimi giorni di scuola... quando il mondo del lavoro sembrava irraggiungibile!

La mia risposta alla seconda domanda è fortemente influenzata da un libro che lessi qualche anno fa ma la cui tesi, fortunatamente, risuona spesso in me: So Good They Can’t Ignore di Cal Newport.

La tesi principale del libro è che seguire le proprie passioni, oltre che essere fuorviante, non porta da nessuna parte. Al contrario, competenza e senso di impatto sono ciò che correlano positivamente con un futuro (e una carriera) soddisfacente. Il consiglio “segui le proprie passioni" si traduce quindi in “trova ciò in cui sei bravo, specializzati e cerca un lavoro in quel verticale”.

Sono infatti convinto che essere riconosciuti e valorizzati, sia dal punto di vista umano che professionale, per una propria abilità, competenza o conoscenza, anche se non corrisponde con la nostra prima e maggiore passione; sia molto più soddisfacente che vedere il proprio impegno poco apprezzato dalla società, a prescindere da quanto si possa esserne appassionati.

Skills Matching!

Istantanee di scrittura e lettura quotidiana assieme

L'Italia è un paese di vecchi

Provando invece a cercare una ragione storica del perché sia così diffuso il pensiero del “fai quello che ti piace” (e premettendo che questa affermazione si rivolge a una fetta di persone che hanno il privilegio di poterci provare) mi viene da pensare che sia figlia di una generazione, quella dei nostri genitori, che ha assistito al proliferare di una moltitudine di figure professionali e indirizzi di studio inesistenti fino a qualche anno prima.

La lettura del mondo di una generazione a cui era stato insegnato a seguire dei binari abbastanza lineari e che, nel giro di pochissimo tempo, ha visto prender forma a cose delle quali nemmeno potesse immaginare l’esistenza è stata: “fai quello che ti piace e in qualche modo avrai la possibilità di saperlo spendere".

L’evoluzione di questa cosa però ha tolto completamente la componente attiva ed è diventata una lettura piuttosto miope e limitata del mondo, divisa tra “fai quello che ti piace e aspetta” e “sacrificati e fai qualcosa che non ti piace ma che ti tornerà utile”.

Devono piacerti le cose giuste

È possibile arrivare a una sintesi?

Il “forse” nasce dall’aver osservato (non di certo una scoperta epocale) che fare quello che ti piace è un buon consiglio se ti piacciono le cose giuste, che il mercato del lavoro ti richiede; altrimenti ti trovi all’inevitabile resa dei conti: aver fatto qualcosa che ti piace e non sentirti valorizzato nello stesso mondo che ti ha detto di fare quello che ti piace.

Se quindi non estensibile all’universale, partendo dall’assunto che non a tutti piacciano le stesse cose e che gli stessi singoli vivano un’evoluzione di ciò che piace loro, è una narrazione che ha ancora senso portare avanti?

Mi piace pensare che la risposta non sia un semplice “no” (che si risolverebbe presumibilmente con il solo cambio di direzione da “fai quello che ti piace” a “fai quello che è utile”) ma sia lavorare verso un mondo che riscopra l’attività della scelta e che sia pronto ad accogliere che trova il modo di adattare le proprie competenze e la propria formazione.

La società non dovrebbe dirti che sei inutile, perché sarebbe limitante tanto quanto lo è il dirti che in qualche modo sarai utile, ma dovrebbe darti gli strumenti per chiederti (e possibilmente rispondere alla domanda): se la mia esperienza mi ha portato a tagliarmi così, dove mi incastro?

Questa spinta di attività viene omessa nella maggior parte dei percorsi che sfornano profili perfetti volti a riempire spazi, ma abbiamo imparato che, nella maggior parte di casi, questo penalizza a lungo termine tutti colori i quali assistono all’inserimento di una variabile nuova nel proprio schema (cfr. avvento ai).

Skills Matching!

L'avvento dell'AI ha cambiato tante cose, tra cui il modo in cui ci facciamo le foto di coppia.

La laurea magistrale è inutile

I laureati in discipline letterarie-umanistiche in Italia vedono un tasso di occupazione del 62%, senza differenza tra laureati triennali e magistrali (61,9% magistrali e 62,6% triennali, fonte AlmaLaurea 2025) a un anno dalla laurea; non prospettive rosee insomma.

Se è vero che lavorare è il modo per confermare il nostro stare nel mondo (cosa studiata ampiamente da noi con formazione “umanistica”!), con annessa la fatica (che dovrebbe significare la volontà di esserci), è inevitabile concludere che, seppur un po’ pessimisticamente, lo scavare tra il meno peggio dei compromessi (anche alla luce del mismatch delle competenze) abbia ripercussioni sul modo di concepirsi nel mondo, di vivere la soddisfazione personale e professionale e rimanere soddisfatti e fieri dei traguardi raggiunti e della formazione ricevuta.

In conclusione credo dunque che la cosa che vada più di tutte stimolata sia la ricerca attiva del dove il mio profilo si possa incastrare e, nel tentativo di darsi una risposta, integrare e limare dove serve. La presenza (e non fraintendetemi… né riconoscono l’importanza) di figure sempre più formate in settori sempre più specifici penalizza chi invece non ha seguito un percorso con un ben chiaro risvolto pratico. Magari ancora un po’ troppo sull’onda dell’illusione (e mantenendo un atteggiamento piuttosto ottimista) credo che al contempo possa però essere un vantaggio per coloro i quali, essendo più fluidi, trovano più spazi in cui adattarsi.

Rimane il fatto che il prediligere qualcosa in cui si è bravi rispetto a qualcosa che ci piace funziona sempre con coloro ai quali piacciono le cose giuste (anche perché solitamente diventiamo bravi nelle cose che ci piacciono). Ciò da fare con questo bagaglio di competenze pressoché inutili (in senso stretto del termine) è provare a leggere dove davvero c’è bisogno di qualcuno e provare a diventarlo costruendo su quanto c’è, ma non rimanendo ancorati unicamente a quello che ci piace.

Il “forse” iniziale deriva dunque dalla consapevolezza che questa sia una visione ottimista (magari in un anno, friggendo patatine, mi ricrederò!) del mondo, ma che ha inevitabilmente fatto i conti che quello che ci piace non basta.

Skills Matching!

Passioni diverse implicano anche tempi di permanenza nei musei diversi: c'è chi al Louvre è durato ben poco e chi avrebbe fatto giornata...