Doverosa premessa: in questo articolo faccio volutamente l'avvocato del diavolo: ritengo infatti che, nonostante il tono tragicomico, la rivoluzione in questione abbia portato molti più benefici che altro, individuando, per ogni danno menzionato, almeno esternalità positive.
Un esercizio di stile
La settimana scorsa lessi su YouTube un commento che chiedeva, in modo provocatorio, "com'è peggiorata la tua vita da quando c'è l'AI?". La risposta in live fu immediata e tutto sommato interessante ma, dovendo rispettare le dinamiche veloci dello streaming, l'host non ha avuto la minima opportunità di approfondire l'argomento, motivo per cui, perlopiù per esercizio di stile, ho provato a darmi delle risposte.
Non nego però di aver impiegato qualche giorno a farmi venire delle idee a riguardo: inizialmente tutte le conclusioni a cui arrivavo rappresentavano in realtà cose prevalentemente positive presentate nel modo sbagliato; un po' come quando ci viene chiesto "qual è il nostro peggior difetto" e si risponde in modo altezzoso con quello che in realtà consideriamo un pregio.
Secondariamente, tenevo a dare risposte il più possibile legate alla mia esperienza passata, di bambino/ragazzo cresciuto nel boom di internet AI-free, e presente, di ragazzo/studente che sta vivendo in modo passivo ma abbastanza consapevole questa rivoluzione.
Di conseguenza, interagendo quotidianamente con Claude, GPT e [...] e vivendo nel pieno della bolla (a Zurigo ci sono più agent-AI che persone umane!), ogni token consumato mi ha fatto inevitabilmente riflettere.
Ciò nonostante, non sono ancora sicuro di avere le idee chiare a riguardo; sospetto infatti che attualmente, trattandosi di una transizione tutto sommato graduale, stiamo sottostimando l'impatto a lungo termine sulle nostre vite e non siamo più in grado di ricordare com'era studiare, lavorare e, in generale, interagire con l'informazione, prima che GPT venisse scaraventato sul mercato a fine 2022.

Ci basta una base ortogonale
Ho sempre guardato con ammirazione chiunque riuscisse a valorizzare il concetto di "enough". Soprattutto per i beni "materiali" infatti, mi piace pensare che, anche assumendo un mondo di risorse (tempo, denaro) infinite, ci sia un limite superiore a ciò di cui abbiamo bisogno e a cui possiamo aspirare. Al contrario, mai avrei pensato di applicare lo stesso limite a tutto ciò che circonda l'informazione, il contenuto e il pensiero.
Molto probabilmente mi sbagliavo. Avendo a disposizione, a prezzi trascurabili, modelli AI in grado di migliorare e sorprenderci a ogni addestramento, sento che siamo al punto in cui tutto questo è troppo o, per lo meno, è troppo per la velocità a cui sta andando attualmente, tanto da non darci il tempo di reagire, riflettere e adattarci.
Nonostante questa sensazione di "troppo" e di inadeguatezza si rifletta a diversi livelli di granularità delle nostre vite (dalle aule dei governi nazionali alla quantità di cagate generate con l'AI e diffuse su Instagram), quello che più mi preoccupa (e che penso abbia in qualche modo peggiorato la mia quotidianità) è la sensazione di aver, o quantomeno poter avere, tutto ciò che voglio a portata di mano, spesso in maniera ridondante.
Secondariamente, Internet, nonostante fosse già un posto dove era diventato sempre più difficile filtrare rumore e segnale, ha subito recentemente un processo di enshittification generale per la facilità con cui i contenuti vengono ormai pubblicati.

In poche parole, è tutto troppo.
Dal punto di vista contenutistico, mi piace infatti pensare che quasi ogni output dell'AI sia una combinazione lineare di qualcosa di "originale" (la cui definizione è lasciata al lettore), motivo per cui non ho bisogno di contenuti se ce ne sono già linearmente indipendenti in grado di racchiudere lo scibile umano.
Secondariamente, il "troppo" di cui parlo, almeno nella mia esperienza, spesso correla negativamente con la qualità.
Fino a qualche anno fa (quando non era possibile generare migliaia di linee di codice o un fotomontaggio ultra-realistico in pochi secondi!), la creazione (pubblicazione) di informazione era soltanto la punta dell'iceberg di un processo di iterazione molto più complesso: prima di fare qualsiasi cosa, dal momento che richiedeva tempo (fatica), veniva effettuata ricerca, a cui seguiva esecuzione, valutazione e messa in discussione continua e, solo in extremis, la sintesi di qualcosa. Attualmente, al contrario, mi sembra prevalga il comportamento opposto: prima si produce e, raramente, solo a posteriori dopo la reazione del pubblico, si valuta effettivamente la qualità di quello che abbiamo fatto.
Secondariamente, il troppo di cui parlo si riflette anche nella velocità con cui produciamo e consumiamo l'informazione: nonostante mi capiti di farlo spesso, detesto l'idea di accelerare un processo intellettuale con l'AI, che sia scrivere un articolo (cosa a cui sto ancora resistendo!), risolvere un'equazione o, peggiore di tutti, prendersi il tempo per leggere un articolo o un libro.
Tutto ciò non fa che animare un cane che si morde la coda: siamo in grado di produrre di più, produciamo di più e, inevitabilmente, siamo incentivati a consumare di più e in maniera più veloce e distratta.

The Tragedy of Commons
La bestia sopra citata porta anche un secondo problema che coinvolge la società a livello collettivo e individuale.
Assumiamo un mondo (non così tanto irrealistico) in cui tutti hanno accesso all'AI ma che, per il bene dell'umanità a lungo termine, sarebbe bene limitarne l'utilizzo o, estremizzando, smettere di utilizzarla.
Assumiamo anche che l'adozione dell'AI, almeno nel breve periodo, porti dei vantaggi competitivi a chi la utilizza.
In questo contesto, quindi, la strategia dominante per ogni individuo è utilizzare appieno la tecnologia, consapevole che anche tutti gli altri faranno lo stesso.
Al contrario, se le persone collaborassero e accettassero di limitarne (bloccarne) l'utilizzo, il singolo individuo sarebbe incentivato a deviare e iniziare a utilizzarla, spinto dal vantaggio competitivo che otterrebbe.
Il punto è che, sfortunatamente, questo prisoner's dilemma impatta molteplici realtà diverse: in primis, come studente, sono consapevole che svolgere un progetto dall'inizio alla fine senza Claude Code mi porterebbe, magari in tempi più lunghi, a una maggior comprensione dell'argomento.
Al contempo, sono anche consapevole del fatto che con tale strumento sono in grado di raggiungere un output migliore in tempi più rapidi e, dal momento che mi aspetto che tutto il resto della classe lo utilizzi allo stesso modo, sono incentivato a utilizzarlo per non sfigurare nel paragone.
Allo stesso modo, uno scenario in cui i governi (o le aziende) di tutto il mondo si accordano per smettere di sviluppare/utilizzare modelli di AI più potenti è irrealistico, dato che ogni singolo avrebbe l'incentivo di colludere per sfruttare i vantaggi da first mover.
Tutto questo per giungere alla conclusione che, anche nei casi in cui non si vuole utilizzare l'AI, farlo è spesso una scelta più o meno dettata dal contesto: la società ha ormai settato standard sempre più alti, obbligando chiunque a correre sempre più forte soltanto per mantenere lo status quo e rimanere a galla.
| La società NON usa l'AI | La società usa l'AI | |
|---|---|---|
| Tu NON usi l'AI | (3, 3) ottimo sociale, restiamo una società AI-free | (1, 4) tu rimani indietro, la società continua a correre |
| Tu usi l'AI | (4, 1) first mover advantage | (2, 2) Nash equilibrium, la società continua e costringe tutti a correre |
Manie di controllo
Utilizzare l'AI significa spesso e volentieri non solo avere una seconda voce in grado di aiutarci, ma spesso modificare in modo strutturale il modo in cui pensiamo, progettiamo e lavoriamo e tutto ciò si traduce, almeno nella mia esperienza, in una (parziale/totale) perdita di controllo.
Con ciò intendo che l'AI ci solleva spesso da decisioni progettuali o scelte quotidiane più o meno importanti, ci evita alcune task e, ancora più rilevante, ci permette di non dover capire il 100% di quello che si sta facendo.
Per quanto sia spesso inefficiente, resto ancora affascinato dall'idea di avere un mondo digitale puramente deterministico e in cui tutto "dipende" in qualche modo da me (esempio: mi piace l'idea di avere piena ownership di questo sito, senza affidarmi a vibe coding o website builder AI) o, similmente, mi piace l'idea di condurre una ricerca, una lettura o un approfondimento senza ripiegare su una spiegazione di Gemini.
Inoltre, la tecnologia che ci circonda sta evolvendo, ancora prima dell'arrivo dell'AI, in questa direzione: se agli albori dell'informatica era ragionevole hostare la propria email o costruire un NAS domestico, ora sembra quasi impossibile svincolarsi da provider di servizi (più o meno trasparenti e più o meno AI-intensive).
Fino a poco fa, tuttavia, questo trend è stato circoscritto al tech/software; la mia preoccupazione è che, in un mondo in cui Gemini è in grado di farmi un piano di allenamento, stilarmi il menu della settimana o la lista della spesa, la nostra dipendenza da questi modelli aumenterà progressivamente, esponendoci a tutti i rischi dell'accentramento dell'informazione e del controllo impliciti in queste dinamiche.
Allo stesso modo, nonostante ovviamente riconosca il potenziale positivo dietro la delegazione, mi chiedo fino a che punto accetti di perdere il controllo della mia vita o, al contrario, quanto accetti di "limitare" le mie potenzialità per restarne al 100% al comando.

Questa perdita di controllo si riflette, magari in modo più evidente, soprattutto nell'apprendimento: sebbene riconosca l'utilità e la convenienza di poter chiedere qualsiasi cosa in qualsiasi momento con qualsiasi tono, facendo ciò stiamo indirettamente perdendo padronanza sul nostro processo di ragionamento e di inferenza e, sinceramente, è qualcosa che mi preoccupa nel lungo periodo.
Sempre legato al tema dell'apprendimento (che, da quanto capite, è l'unica cosa che conta abbastanza rilevante in questo periodo della mia vita), sento che gli incentivi stiano notevolmente cambiando e tutto ciò rischia di farci perdere di vista la bigger picture. Perché mai uno studente dovrebbe fare fatica a risolvere un'equazione o imparare a scrivere codice quando, verosimilmente, avrà sempre a disposizione un LLM in grado di farlo?
Perché uno studente dovrebbe sforzarsi di capire un argomento in profondità quando, al minimo momento di confusione o dubbio, ci sarà un LLM in grado di rispondere a "spiegami questo concetto come se fossi un bambino di 3 anni"?
Anche in questo caso, però, si pone lo stesso problema di prima: in un mondo in cui tutto il mondo utilizza l'AI per competere, perché io, pur consapevole che non sia il massimo per il mio sviluppo intellettuale, dovrei accettare di rimanere indietro e astenermi da questa competizione; soprattutto quando il voto e il conseguente paragone con gli altri sono spesso determinanti per accedere a nuove opportunità, migliori università e posti di lavoro?
Siamo tutti meno sensibili
L'ultimo grande tema che vorrei portare riguarda la nostra capacità di sorprenderci: da qualche anno, abbiamo gradualmente "normalizzato" e accettato le grandi capacità dell'AI, tanto da saturare quasi totalmente la nostra capacità di stupirci.
Se solo 5 anni fa avessimo immaginato un futuro in cui un computer è in grado di replicare (e spesso overperformare) il ragionamento umano in molteplici set di problemi, molti sarebbero rimasti increduli. Al contrario, mi sembra che ora si dia quasi per scontato che Claude 4.6 sia in grado di ricreare da zero Minecraft o vincere le olimpiadi di matematica.
Parallelamente, questa insensibilità allo straordinario che proviamo nei confronti dell'AI si riflette inevitabilmente anche verso il lavoro umano: non siamo più infatti in grado di riconoscere e valorizzare qualcosa che non sia straordinario dato che, nella maggior parte dei casi, con l'aiuto di Claude e qualche dollaro di token si raggiungerebbe un output superiore.
Dall'altro lato, alcuni errori o imperfezioni non sono più minimamente tollerati, in quanto facilmente "risolvibili dall'AI" e, nonostante apprezzi molto il grammar check che faccio fare a Gemini per ogni documento che scrivo, in alcuni contesti evitare l'errore era proprio ciò che eleva, in senso positivo, il nostro lavoro dalla massa.

Non nego che vi è anche un senso di frustrazione personale nel vedere l'AI superarmi sotto molteplici punti di vista e, avendo basato gran parte della mia istruzione su skills tecniche, analitiche e problem-solving-oriented, a volte penso di aver perso un vantaggio competitivo che ora, proprio grazie agli LLM, è disponibile a tutti.
(Riguardo ciò, questo mio dispiacere è volutamente estremizzato: sono infatti convinto che, sebbene abbia perso "il vantaggio competitivo di sapere risolvere , la formazione ingegneristica che ho ricevuto resti un vantaggio competitivo anche quando l'AI è in grado di modellizzare e risolvere la maggior parte dei problemi).
Tutto ciò diventa molto più problematico nelle fasce più giovani: ricordo perfettamente l'entusiasmo che provai a scrivere il primo ciclo for in Python, visualizzare la prima pagina HTML in locale o, molto semplicemente, la soddisfazione di arrivare in fondo a una dimostrazione senza nessun aiuto, sorprendendomi della bellezza del risultato o del mio livello di engagement nell'attività. Ora, se chiunque può fare cose molto più complesse in una frazione di secondo senza lo stesso livello di coinvolgimento e concentrazione, mi chiedo dove stiamo portando l'asticella della performance, fino a dove siamo disposti ad alzarla e soprattutto su che cosa smanettano i 15enni di oggi.

Detto ciò, lunge da me essere anti-progresso o auspicare il ritorno a un mondo con l'abaco o Commodore 64.
Non nego infatti le potenzialità dell'AI e continuo a rimanere positivamente stupito da tutto ciò che si possa fare, tanto da reputare l'AI un ottimo strumento per andare in leva con il proprio tempo e le proprie competenze... penso solo che, prima di affidarci e immergerci totalmente in questa rivoluzione, sarebbe saggio fare qualche considerazione che vada oltre semplici valutazioni di produttività e output a breve termine!