Ci piacerebbe poter dire di star scrivendo queste righe seduti comodamente su un treno AV cinese, sfrecciando da Fenghuang a Shanghai a 350 km/h e mangiando xiaolongbao ordinati su Alipay in pochi click.
La verità è che io (Giacomo) sono su un tristissimo Intercity Milano-Zurigo senza xiaolongbao e io (Giulia, trovate il suo substack qui) sono svaccata sul divano sorseggiando un espresso: solo a qualche giorno di distanza dal nostro ritorno dal Paese del Dragone abbiamo trovato la chiarezza e il tempo di mettere giù qualche riflessione.
Doverosa premessa, onde evitare fraintendimenti: ogni riflessione riportata in seguito è estremamente influenzata dalla nostra esperienza. Ogni paragone viene fatto rispetto al nostro "standard" occidentale e non va inteso in termini assoluti.

Il Grande Fratello
In Cina funziona tutto.
Entri su Alipay, con pochi click colleghi la carta di credito, inserisci i dati e una foto del passaporto e il gioco è fatto.
Con una sola app accedi al menu del ristorante, paghi la signora in strada che spadella noodles, attivi le carte dei trasporti pubblici, messaggi con gli amici e scrolli qualche reel se sei annoiato (almeno dalla nostra esperienza, abbiamo infatti sfruttato l'app per l'1% del suo potenziale).
In modo simile, da turista occidentaei, il passaporto è un lasciapassare: non esistono biglietti per treni e musei, ogni accesso è associato alla tua identità, compri tutto online inserendo i tuoi dati e, magicamente, entri in stazione o alla Città Proibita scannerizzando il passaporto, senza la necessità di dover stampare tickets o barcodes.
Eppure, dietro tutta questa funzionalità, si cela un sistema di controllo altrettanto efficiente e granulare. Nel momento in cui ogni azione è associata unicamente a un numero di passaporto (o, per un cittadino cinese, a una carta di identità), diventa possibile tracciare e ricostruire tutti i movimenti e le interazioni di ogni persona.
Inoltre, se a tutto ciò si aggiunge l'esteso sistema di telecamere presente su larga scala (automobili fotografate a ogni incrocio e pali da cui pendono webcam), ciò che avviene online può essere facilmente mappato e collegato alla vita offline.
Il risultato è un sistema del controllo in grado di produrre quantità di dati e di relazioni impressionanti, con due naturali conseguenze:
- la possibilità di aggregare dati e individuare trend e pattern difficilmente identificabili altrimenti;
- la possibilità di identificare singoli comportamenti potenzialmente pericolosi e intervenire in anticipo con misure di prevenzione.
Avendo letto, ormai qualche anno fa, 1984, mi rendo conto di quanto questo rappresenti un presente abbastanza distopico ma (volendo fare l'avvocato del diavolo) mi chiedo quanto tutto ciò sia influenzato dai miei ideali.
Da cittadino europeo, pongo la libertà e la privacy al primo posto e, almeno a primo impatto, condanno un modello in cui il governo sa a che ora sono entrato nella Grande Muraglia e che cosa ho mangiato due ore dopo.
Al contrario, la Cina ha privilegiato controllo, efficienza e praticità, riuscendo a "ingegnerizzare" la vita, almeno nelle grandi città, promuovendo una crescita tecnologico-economica senza precedenti e semplificando la vita dei propri cittadini.
Non nego che, oltre a rimanere affascinato dal punto di vista ingegneristico da questa macchina di raccolta e analisi dati, tutto ciò non fa altro che mettere in discussione i miei ideali da liberale europeo.

请不要放辣 (Qǐng bùyào fàng là)
Girando per il centro di Shanghai o Chongqing, ci si dimentica facilmente di trovarsi in Estremo Oriente: McDonald's, Starbucks, Nike e Apple Store, Zara e Prada sono frequenti; le persone corrono al lavoro indossando outfit occidentali e dai locali rimbombano canzoni di Miley Cyrus.
Ciò nonostante, eccetto rarissimi casi a Shanghai, la popolazione cinese non spiccica una parola di inglese. Non mi riferisco solo alla signora che vende spiedini di cavallette al mercato, ma alla stragrande maggioranza dei cittadini, giovani inclusi. Curiosamente, perfino le hostess sul volo Milano-Shenzhen, effettuato con una compagnia cinese, avevano difficoltà a capire la mia richiesta: “black tea, please”.
Con "non spiaccica una parola di inglese" non intendiamo che la conversazione sia difficile, bensì che bisogna tradurre in cinese parole che ormai sembrano entrate in tutti i vocabolari (thank you, no, toilette, food, etc…) e che perfino i “gesti” usati quotidianamente nel nostro linguaggio sono raramente compresi.
La conseguenza è che, tristemente, le interazioni sono estremamente complicate e quindi ridotte all'osso: si comunica a botte di Google Translate, tipicamente scrivendo una frase semplice in inglese (senza subordinate o termini ridondanti!), si sbatte il telefono in faccia all'altro e si aspetta che faccia lo stesso, cercando di interpretare al meglio la scarsa traduzione dello smartphone.
Da un lato, quindi, si vede un paese che negli ultimi decenni ha attraversato una trasformazione economica e sociale profondissima e che, pur mantenendo caratteristiche culturali e istituzionali proprie, ha incorporato molti elementi della cultura globale: marchi internazionali e modelli di consumo che non sembrano così diverse da quelli delle grandi città occidentali.
Dall’altro, la nostra esperienza sembra suggerire che la globalizzazione non produca necessariamente gli stessi effetti ovunque. L'apertura ai modelli economici e culturali non implica un'omologazione linguistica; la Cina sembra aver incorporato alcuni aspetti del modello e mantenendo una forte autonomia rispetto alla sua tradizione linguistica.

Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà (Napoleone, 1816)
Nei primi anni del Novecento Chongqing era una città di case tradizionali in legno aggrappate alla roccia, con una popolazione di circa 200.000 abitanti.
Tra il 1938 e il 1943, durante la guerra sino-giapponese, la città fu sottoposta a una delle più intense campagne di bombardamento aereo e di fatto rasa al suolo.
Nel 2026 Chongqing è una municipalità autonoma di oltre 30 milioni di abitanti, una delle più grandi concentrazioni urbane del mondo, e viene raccontata attraverso la sua estetica spettacolare: una megalopoli verticale, attraversata da ponti e autostrade sopraelevate, illuminata dai LED e capace di produrre quell'immaginario cyberpunk in 8D che è ormai diventato parte della sua immagine turistica.
È probabilmente questa discontinuità a rendere Chongqing così difficile da decifrare e apprezzare per un turista europeo.

Per quanto sarebbe sbagliato pensare che tutta la Cina assomigli a Chongqing, la città permette comunque di cogliere, in una forma particolarmente estrema, la rapidità del processo di urbanizzazione e sviluppo economico vissuto dal Paese.
A partire dagli anni Ottanta, il PIL cinese è cresciuto più del 9% annuo, centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema e nel 2010 ha superato il Giappone diventando la seconda economia mondiale per PIL nominale.
Nonostante tutto questo abbia, almeno nei casi mediani, portato a un maggiore benessere socio-economico nella popolazione, la sensazione è che il cambiamento sia stato molto rapido e violento.
In primis, almeno nelle grandi città, si percepisce l'iper-ingegnerizzazione di ogni aspetto della vita e l'utilizzo del cellulare per fare qualsiasi cosa: nella maggior parte dei locali si ordina tramite QR code, l'interazione umanaè spesso minima o assente e si ha la costante impressione che la gente stia al telefono 24/7, spesso usufruendo di contenuti di intrattenimento di bassissimo livello (almeno secondo il nostro gusto).
[Più volte al supermercato, i.e. in uno dei tanti 7-Eleven o FamilyMart presenti, i cassieri non alzavano nemmeno la testa dai reel mentre passavano i prodotti; o, ancora più distopico, la gente scrollava qualche social media cinese mentre andava in bici].

Che cosa significa "autentico"?
Molte delle attrazioni turistiche sono profondamente organizzate intorno alla fruizione dei visitatori: negozi e ristoranti si concentrano attorno ai principali punti di interesse, creando un paesaggio in cui la dimensione turistica e quella commerciale finiscono per sovrapporsi quasi completamente.
Più che la presenza in sé di queste attività, colpisce la loro pervasività: sembra che ogni elemento del luogo sia parte dell’esperienza turistica (quindi un’occasione di consumo).
Furong Town, nella prefettura di Xiangxi, nello Hunan, incarna bene questo modello. Il paese conserva elementi architettonici e paesaggistici da Kung Fu Panda: antiche case in legno, vicoli in pietra e una cascata di 70 metri che divide la città. Eppure, una volta entrati, la vista non rispecchia l’immaginario. I vicoli sono occupati interamente da negozi di souvenir, ristoranti che promettono il migliore rice tofu, mentre gli edifici sono spesso contornati da LED per offrire uno spettacolo serale.
L’intero complesso è delimitato da un ingresso a pagamento e, appena fuori, una grande colata di cemento ospita parcheggi, taxi e KFC.
Il risultato è straniante. Non perché il paese non sia più “autentico” in senso assoluto (concetto che, osservato da un visitatore straniero che prima d’ora non aveva mai messo piede a Furong, rischia di essere piuttosto arbitrario) ma perché la sua immagine turistica sembra essere diventata quasi inseparabile dal modo in cui viene organizzato per accogliere e intrattenere i visitatori.
Questa trasformazione dice probabilmente tanto del rapporto della Cina con il turismo: la conservazione del patrimonio e la sua commercializzazione si fondono fino a rendere indistinguibile ciò che appartiene alla storia da ciò che è stato costruito per monetizzare.
Allo stesso modo, la natura nelle grandi città sembra subordinata all'urbanizzazione e al progresso: i parchi sono limitati per far spazio a edifici più funzionali e non è quasi mai previsto il contatto con la natura. Perfino nei parchi naturali, resta impossibile perdersi in mezzo ai boschi: ogni sentiero è comunque asfaltato, spesso circondato da telecamere; e gli spostamenti in montagna avvengono solo tramite ascensori, bus e funivie (e anche lì, tranquilli, troverete una grande colata di cemento che ospita parcheggio, taxi e KFC).

Post Scriptum: forse dovremmo smettere di pensare a categorie Oriente/Occidente, ma apprezzare le somiglianze e notare le differenze.
Post Post Scriptum: fueste riflessioni sono emerse dopo 15 giorni di spensierato turismo, siamo consapevoli non siano rappresentative della vita di 1.41 miliardi di persone.