Siamo ciò che facciamo ripetutamente (Aristotele)
Mercoledì scorso sono uscito per la mia quotidiana easy run alle 6, al km 5 ho iniziato ad ascoltare un podcast sul GDP-based investing, sono rientrato a casa e, dopo essermi tristemente tolto le Asics da corsa in favore di una camicia Uniqlo (rigorosamente no-iron, così stira più facilmente), sono andato in ufficio, dove per tutta la giornata sono stato circondato da ES99, exposure, market value, cashflows e tanti numeri.
Nove ore dopo sono sceso di tre piani di scale, mi sono felicemente rimesso le scarpe da corsa e sono entrato in palestra, ascoltando in cuffia Mr Rip in una delle tante live su passive index funds, IPOs e asset allocation.
Tornato a casa, docciato e cenato, ho fatto qualche chiacchiera con i miei coinquilini (uno ingegnere nuclare, l’altro studente in machine learning) e ho aperto VS Code per lavorare al progetto di simulazioni Monte Carlo di portafogli leveraged tramite l’investimento a margine.
Cambiando qualche dettaglio, il tipo di allenamento che faccio la mattina, ciò che mangio a cena (il pranzo è identico 5/5, grazie al meal prepping domenicale) o la presenza o meno del secondo allenamento in favore di rare uscite con gli amici, la mia settimana “lavorativa” è più o meno tutta uguale.
Questo weekend, tuttavia, per una serie di piacevoli coincidenze, ho avuto l’occasione di pensare a tutto ciò e, oltre a prendere sempre più coscienza del fatto che vivo in una bolla, mi sono chiesto:
“Quanto è dannoso, miope e potenzialmente pericoloso tutto ciò?”

Premetto però che:
- Ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace, che mi stimola intellettualmente ogni giorno e soprattutto mi circonda di persone da cui posso imparare molto e con cui sto bene, motivo per cui, per quanto le mie routine possano incarnare il male del capitalismo, ne sono davvero grato e felice.
- Queste riflessioni provengono da ampi dialoghi avuti con la mia ragazza e alcuni amici in un weekend di spensierata estate zurighese, tra bagno nella Limmat, gelateria di Berna e pizza fatta in casa da veri expat italiani. Senza di loro difficilmente avrei messo per iscritto queste riflessioni in così poco tempo, grazie :)
L'attuale bolla delle dotcom
Come accennato, il punto di partenza di questa riflessione è che la mia vita è estremamente concentrata e verticale su argomenti specifici e spesso di nicchia: la finanza in senso lato, l’utilizzo dell’AI in relazione al nostro percorso da studenti e futuri lavoratori e, in generale, tutto ciò che studiao all’università che, inevitabilmente, è strettamente connesso ai due argomenti precedenti.
Nonostante possa sembrare monotona (leggi: triste), sono estremamente contento di ciò. In primis, come riportato sopra, sono (tutto sommato) argomenti con cui sto in fissa e, di conseguenza, ogni conversazione a riguardo “mi accende” e, nella maggior parte dei casi, mi permette di confrontarmi su argomenti che mi stanno a cuore con persone che, pur avendo un’esperienza molto simile alla mia (il pattern ricorrente è: triennale al Polimi, studenti ETH, attualmente in internship o lavoratori in materie STEM), raggiungono spesso conclusioni diverse mettendo in discussione le mie convinzioni.
Dall’altro lato, penso che stare in fissa e andare in verticale su alcuni argomenti specifici, almeno in questa fase della mia vita, possa essere estremamente benefico per la mia crescita personale e la mia formazione.
Secondariamente, ho notato che le conversazioni con persone “affini” convergono, in maniera abbastanza sistematica, sui soliti argomenti di nicchia (come se non fossimo capaci di parlare di calcio e donne) che però, oltre a farmi piacere, animarmi e stimolarmi sul momento, mi conferiscono spunti sul lungo termine, mi offrono nuove prospettive su come unire i puntini in problemi diversi che condividono una soluzione simile o comunque mi accendono la luce su nuove cose, spesso anche molto pratiche, da imparare, implementare o provare (questo articolo ne è la conseguenza...).
TL;DR: sento che questa iper-verticalizzazione e vita in bolla mi stiano arricchendo tanto.

Affideresti la tua vita a dei disadattati?
Al contrario, la conseguenza “negativa” più scontata di questa quotidianità è che, alla lunga, aumenta il rischio di disinteressarsi (o comunque di non dare la giusta attenzione) a tutto il resto, specialmente ciò che non rientra strettamente nella bolla: temi di attualità, culturali e sociali che cambiano e influenzano il mondo tanto quanto lo stanno facendo OpenAI e Anthropic.
Non nego infatti che il mio interesse personale a riguardo sia progressivamente diminuito negli ultimi anni e sia sempre stato correlato negativamente a quanto sto in fissa con un verticale.
Allo stesso modo, noto che all'interno delle community STEM (in primis: gli ambienti universitari di ingegneria al Polimi e, più recentemente, all'ETH, entrambi posti in cui la gente è mediamente MOLTO in fissa) l'interesse verso la cosa pubblica, soprattutto se confrontato con quello dei nostri cugini studenti “umanisti”, è vergognosamente basso; tanto da farmi sorgere una domanda (che meriterebbe pagine di riflessione a parte):
“Siamo sicuri di voler affidare lo sviluppo tecnologico futuro a persone che, tutto sommato, rischiano di essere dei disadattati a livello sociale?”
Parallelamente, quando quasi tutta la quotidianità è così dedicata a un verticale, viene anche meno la possibilità di approfondire e dedicarsi ad attività di piacere disinteressato.
Esempi più banali: leggere romanzi di pura narrativa (non ricordo quando ho letto l’ultimo!), godersi un film o, molto più semplicemente, dedicarsi alle relazioni sociali!
Quest’ultima (pericolosa) conseguenza è ciò che rende Zurigo, agli occhi di molti studenti/immigrati che vengono a studiare/lavorare in Svizzera (me compreso), una città controversa e difficile.
Si ha infatti l’impressione che la maggior parte dei miei coetanei sia qua per ambizione, per poter costruire qualcosa o comunque per finalità legate alla carriera (non per forza per un interesse monetario), allo studio o alla realizzazione di sé, a discapito della dimensione sociale, quasi come se tutto il tempo qua dovesse essere dedicato al lavoro in senso molto lato; motivo per cui, alla fine della giornata, la socialità fa un po' cagare se paragonata a quella di altri Paesi europei.
In secondo luogo, ho l’impressione di vivere con un costante confirmation bias: se tutte le persone che mi circondano fanno più o meno la stessa cosa, come posso davvero valutare la direzione e ottenere feedback costruttivi dagli altri?

L'80% degli Italiani fa aperitivo settimanalmente ma solo il 14% investe in ETF
In senso molto più lato, vivere in una nicchia così stretta rischia di farci perdere di vista come sia realmente il mondo. Anche senza andare in Estremo Oriente o in mezzo alla savana, consiglierei di prendere la macchina da Milano, guidare meno di un’ora ed entrare in un bar in qualche comune sperduto dell’interland milanese o, ancora più facile, passeggiare sui Navigli a Milano un venerdì a orario ape per rendersi conto della vita “vera”.
In entrambi i casi, ci si rende facilmente conto di quanto il 99,x% della popolazione italiana (figuratevi quella mondiale!) viva benissimo senza interrogarsi quotidianamente sul futuro dell’intelletto umano in relazione all’AI, sulla costruzione di un portafoglio diversificato in attesa della prossima crisi finanziaria o [...inserire topic noioso a piacimento...].
La cosa ridicola è che, se gli stereotipi brevemente accennati (il giovane che lavora in Tech-Finance in bolla e il resto della popolazione “sana”) potessero incontrarsi, entrambi penserebbero che l’altro sia un cretino.... motivo per cui il dubbio sorge spontaneo anche a me!
La differenza, tuttavia, non si limita solo alla sfera degli interessi personali, bensì all’eterogeneità del campione: se paragono la mia quotidianità attuale al mio trascorso da studente a Milano, mi rendo conto che in passato avevo l’opportunità di interagire con persone con background, ambizioni e valori molto più variegati che, pur provenendo da una realtà comunque atipica (Milano), costituiscono un sample molto più simile alla popolazione europea (italiana).
A Zurigo, al contrario, la maggior parte delle mie interazioni avviene con maschi bianchi di 20-25 anni, studenti o lavoratori nel tech/finanza, verosimilmente expat e con un accenno di genialità/talento/sociopatia/autismo.

Un ulteriore dubbio che mi pongo spesso riguarda l’immensa fortuna che mi sento di aver avuto.
Penso infatti che, nonostante ci siano stati (e ci saranno) momenti di difficoltà e incertezza, la vita mi abbia sempre sorriso, nella misura in cui mi ha permesso di dedicarmi, senza troppe difficoltà, a un verticale che mi piace (e che per il momento mi dà da mangiare!) e di circondarmi delle persone “giuste”.
Ciò non toglie che mi chieda spesso quanto questa mia convinzione sia “biased” dal fatto che io stia vivendo questa vita.
Mi spiego meglio: una persona terza, che non mi conosce e conduce una vita molto diversa dalla mia, se mi osservasse nella quotidianità, penserebbe lo stesso riguardo alla fortuna che ho avuto?
Probabilmente, ai suoi occhi, la “fortuna” di cui parlo si manifesta in altri modi e non vede alcun valore in ciò che faccio io e, anche qui, mi chiedo ironicamente chi abbia “ragione” tra i due, pur consapevole che non esista un concetto di ragione o torto a riguardo.
Forse meglio una Coca-Cola sul lungolago...
La cosa che però la maggior parte della gente fa fatica a capire è che, per quanto possa sembrare strano, io (e la maggior parte della gente con cui condivido questo modo di pensare e vivere in “bolla”) sono felice di tutto ciò o, quantomeno, ne riconosco il valore e il potere gratificante a medio e lungo termine.
Con ciò, non sto negando il piacere di uno spritz in un locale fancy (anche se una Coca-Cola analcolica, comprata alla Migros e bevuta in compagnia sul lungolago, è Pareto-superior per me), bensì voglio sostenere che, nel grande gioco della vita, sono tutto sommato sciocchezze rispetto a condurre una quotidianità con purpose, intenzionalità e allineata ai propri valori e passioni.
In sintesi, vivo in una bolla?
Sì, e quasi sicuramente i momenti di evasione sono tutto ai miei ritorni in Italia e alle giornate trascorse con la mia ragazza; non credo però che sia necessariamente un male: finché rimane una scelta consapevole e non l’unico metro con cui guardare il mondo, penso possa essere un buon modo per massimizzare il proprio capitale umano!
